
Fischli and Weiss, Questions, 1982 - 2002, videoinstallazione.
Innanzitutto,
bisogna specificare quale lavoro ed questa è già una questione molto
filosofica: “commissaire d’exposition” o curatore? In francese si usano due
sostantivi per indicare una professione per la quale in italiano c’è solo un
termine, desunto direttamente dall’inglese. Quando sono arrivata in Francia,
cinque anni fa, il primo passo è stato capire la differenza che c’è tra questi
due termini: Oggi opterei per il secondo, più simile all’italiano e all’inglese.
Il “commissaire d’exposition” solitamente organizza mostre nelle grandi
istituzioni o nei musei e spesso coincide con il conservatore di museo. E
questo non è il mio caso.
E’
vero inoltre che quando ci si presenta dicendo che si è “commissaire” gli altri
pensano subito alla polizia, ai ladri, agli inseguimenti. E neanche questo è il
mio caso.
Cosa fanno allora i curatori?
Per
prima cosa, bisogna subito sapere che il curatore è un lavoro molto cool. I più
famosi (i quali percepiscono un onorario ed esercitano questa professione da
anni) viaggiano molto, sono invitati da tutti, conoscono un sacco di gente e
partecipano a cene chic, un po’ come i cantanti famosi.
Spesso
hanno schiere di assistenti mal pagati. Il curatore è un lavoro che consiste per
50% di cultura (quindi riflessione, studio, letture, visite di mostre e di
studi d’artista) e per 50 % di pubbliche relazioni. Trovare un curatore che sappia
fare bene i due lavori è difficile. Spesso – purtroppo – quelli che sono
brillanti e spiritosi ad una cena organizzano delle mostre piuttosto scadenti
sul piano teorico. Oppure coloro che sono molto bravi nella teoria poi in
pubblico, ad un’inaugurazione o ad una cena, si nascondono dietro gli altri e
si defilano davanti alla folla. Certo non è sempre così nero o bianco, ci sono
anche delle sfumature di grigio molto varie, anche se questo discorso è in
parte realistico.
In
Italia, per diventare un curatore di successo, ci sono tre possibilità: essere
l’assistente di un curatore cool (adesso i migliori si occupano di arte
politica), essere straniero (le nazionalità più gettonate sono tutte quelle
dell’area balcanica, l’indiana e le sud-americane), lavorare all’estero (le
destinazioni più di tendenza quest’anno: la sempre verde New York, Berlino,
l’Olanda, l’Europa dell’est). Solo che quando si è conosciuti in Italia non lo
si è ovviamente anche fuori di essa. Mi sono accorta che artisti (questo
discorso si adatta perfettamente anche agli artisti) molto conosciuti nella mia
città natale, Milano, erano dei perfetti sconosciuti in Francia, distante poche
ore di viaggio.
Se
quindi torniamo alla domanda iniziale “Perché ho deciso di fare questo lavoro?”
non ho una risposta definitiva, ma ne ho una che è molto buona. Quando incontro
degli artisti, parlo con loro del loro lavoro o dell’arte in generale, in quel
momento mi rispondo “Ecco perché ho scelto questo lavoro”. Per incontrare delle
persone interessanti, che lavorano alacremente ai loro progetti (talvolta ai
loro sogni), che non si interessano esclusivamente di cene chic, che sono
capaci di rinchiudersi nel loro studio a lavorare per giorni, che creano lavori
che fanno sognare ma anche riflettere… Sì, è per questo che ho scelto questo
lavoro, per aprirmi la mente ogni volta che parlo con un artista. E non certo solo
per viaggiare, guadagnare cifre esorbitanti né per essere trattata come una
star.
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