Eroe, 2007
Technique mixte sur bâche ferroviaire, 400 x 300 cm, copyright Luca Pignatelli
Luca
Pignatelli fa parte dei venti artisti che sono stati selezionati dai curatori
Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli per rappresentare l’Italia alla prossima
Biennale di Venezia. Voi francesi lo conoscete perché ha esposto alla Galerie Templon
di Parigi alla fine del 2005 e perché ha tre mostre in corso alle Galeries
Municipales des Ponchettes et de
la Marine
di Nizza e nella Galerie Contemporaine del MAMAC. Avevo già sentito parlare di questo artista ma non avevo mai osato esternare la mia opinione semplicemente perché non avevo mai visto dal vero i suoi lavori. Ne ho avuto l’occasione recentemente, durante un breve viaggio a Nizza. Ed ora posso dirlo liberamente e con cognizione di causa: non mi piace.Nel
testo di presentazione si dice che i lavori di Luca Pignatelli sono impregnati
di cultura italiana: sui suoi grandi formati si possono vedere busti, marmi,
sculture, elementi che evocano l’antichità. Mi viene subito da pensare a quelle
statuette del Colosseo vendute sui banchetti degli ambulanti a Roma e
troneggianti sui cassettoni nelle case più kitsch. Su altre tele, che l’artista
ha esposto a Napoli, si possono vedere vasi etruschi o greci. Scusate, ma la
cultura (né italiana né alcun’altra) non è fatta solo di marmi e antichità
polverose, e neanche da un ammasso di memorie e ricordi stinti rinchiusi in
cassetti, come l’artista vorrebbe farci credere attraverso queste grandi tele
di colori scuri e consumate dal tempo. E’ un’evocazione frusta e superficiale,
aneddotica, che non va al di là della pura e semplice bidimensionalità del
quadro. Non fa pensare alla storia, ma ad un catalogo di viaggi da grande
pubblico.
La tecnica di Luca Pignatelli (trasporto fotografico su teloni di vagoni ferroviari o su carta da pacco) non ha nulla di stupefacente o di affascinante. L’uso di materiali di recupero è una pratica ben diffusa tra gli artisti contemporanei, a partire dall’inizio del secolo. Costoro adottano dei supporti (pensavo per esempio ai lavori di Alberto Burri) che non sono neutri, per arricchire il loro messaggio e servirsi di una superficie non priva di storia. In questo modo sottolineano il tempo che passa, ma soprattutto il fatto che un’opera d’arte non nasce in un ambiente neutro, sottovuoto, ma è in comunicazione costante con ciò che la circonda. I teloni ferroviari di Luca Pignatelli ci mostrano altri elementi che fanno parte del passato: oltre alle antichità da museo, ai treni a vapore, agli aerei da guerra, tutta una serie di immagini che vogliono sembrare “industriali”, ma che hanno un’allure molto vintage.
Lasciatemi
fare questa domanda semplice semplice: cosa c’è di nuovo in tutto questo? Quali
riflessioni artistiche dovrebbe suscitare il lavoro di questo artista (se non
una semplice evocazione vuota e banale di quello che si chiama pomposamente la
“cultura italiana”?)? E come si spiega che negli ultimi vent’anni Pignatelli è
diventato uno degli artisti più quotati d’Italia (nel 2006, una delle sue tele
è stata venduta all’asta per 43.000 euro)? Purtroppo non lo so. Credo che un
artista contemporaneo dovrebbe riuscire a stupirci e a farci riflettere
dialogando naturalmente con la storia, la sua cultura e il pubblico.
Mi
dispiace che il team del MAMAC abbia puntato su questo artista che è più il
beniamino del mercato che non un degno rappresentante della scena attuale
italiana. Molti altri artisti avrebbero mostrato in modo più valido che al di
là delle Alpi l’arte contemporanea non langue in ricordi ingialliti.