Libia Castro & Ólafur Ólafsson, "DEIN
LAND GIBT ES NICHT" ("Il tuo paese non esiste"), 2005 - 2008
Durante l’ultimo giro di
mostre che ho fatto a Milano, mi sono imbattuta nella personale del duo di artisti Libia Castro et Ólafur Ólafsson, che hanno presentato nella Galleria
Riccardo Crespi il video musicale Caregivers,
un vero e proprio documentario sulle badanti. Le immagini della vita quotidiana
di queste donne originarie d’Ucraina (in Italia infatti la maggior parte delle
badanti viene da lì) erano accompagnate da una voce che, cantando, narrava le
loro esperienze ed dava voce alle loro impressioni.
All’uscita, contenta per avere visitato una mostra
che, una volta tanto, mi invita alla riflessione, mi sono posta la domanda
seguente: l’arte può influenzare la società contemporanea, aiutare a capire i
fenomeni politici, economici e sociali dell’attualità? Se nel passato è stata
intrattenimento, strumento educativo (il teatro greco e romano, per esempio),
manifestazione di disagio nei confronti di una società in cambiamento (le
avanguardie storiche), strumento di sottomissione (nelle dittature del mondo e
della storia), simbolo di una cultura dominante (il cinema hollywoodiano), che
cosa rappresenta oggi? La manifestazione di un sistema economico basato sulla
forza e la speculazione? Un’alternativa a questo ordine di cose? E poi: le
forme d’arte cosiddette “controcorrente” sono effettivamente contrarie alla sua
tendenza dominante?
Negli anni ‘60, in parallelo
con la diffusione delle controculture, nasce l’arte “partecipativa”. Gli
artisti infransero il diaframma tra “autore” e pubblico, promuovendo azioni in
ambito sociale o politico, che andavano al di là del circuito chiuso galleria –
museo. Collegarono anche i due concetti di arte e vita, opponendosi alla mera
produzione di oggetti d’arte. Le loro opere erano quindi azioni, procedimenti,
non solo tele o sculture. Qualche esempio: Gordon Matta Clark, Joseph
Beuys, John Cage e il movimento Fluxus, Allan Kaprow..
Negli anni ‘90, una generazione di artisti più
giovani ha riproposto dei lavori che sono stati raggruppati sotto il nome di estetica “relazionale”:
l’artista tailandese Rikrit Tiravanija trasformava le inaugurazioni delle sue
mostre in cene conviviali, Fabrice Hyber ha convertito il Musée d’Art Moderne
de la Ville de
Paris in « Hybertmarché » (1986), la coppia di artisti Clegg & Guttmann producevano delle “sculture sociali”, come le biblioteche a libero
accesso disseminate nelle città, dalle quali i passanti potevano prelevare dei
libri *.
Michael Clegg & Martin Guttmann, The Open Library, 1991
Ancora oggi questo tipo d’arte è ancora molto
praticato, giovani artisti svolgono azioni o performance che hanno come scopo
quello di intervenire nell’ambito sociale o semplicemente coinvolgere un
pubblico troppo spesso trascurato e lontano. Spesso si tratta di forme d’arte
grandiose, che necessitano di un sostegno finanziario, logistico e
organizzativo e spesso sono le istituzioni (musei, fondazioni, amministrazioni
locali o statali) che propongono questi servizi: basti pensare a Rachel
Whiteread e ai suoi calchi di case. 
Rachel Whiteread, Water Tower, translucent resin and painted steel, 1998
Ma se gli artisti hanno l’approvazione delle
istituzioni, della società, del pubblico, la loro azione resta valida sul piano
della contestazione?
Se queste azioni di critica finiscono sottoforma di
belle foto in costose cornici appese ai muri delle case dei ricchi o nel tempio
del sistema che sono le gallerie, mi chiedo “Qual è il ruolo degli artisti
nella nostra società?”.
* In alcune città tedesche (per esempio Bonn) si possono trovare delle
biblioteche “aperte” come quelle degli artisti Clegg e Guttman. I passanti
possono prelevare i libri, leggerli sul posto o portarli via e portarne altri.
Se volete saperne di più, visitate questo sito.